sabato, 02 febbraio 2008

Stasera su rai tre, a "che tempo che fa" c'era Andrea Bocelli, una puntata intera dedicata ad Andrea Bocelli, Andrea Bocelli presentato come uno dei più grandi artisti al mondo.

Andrea Bocelli è un mediocre tenore, incapace di cantare un'opera e magistralmente costruito da Caterina Caselli come artista internazionale, grazie all'orrido gusto melodico americano.

Una puntata intera tutta per se l'aveva meritata Biagi, ed aveva dovuto morire per avere l'onore.

I "tenori" che cantano canzonette non lo fanno perchè sia artisticamente appagante, ma perchè non ce la fanno a cantare arie d'opera; così come Pavarotti, passato l'apice della carriera si era messo a duettare con Zucchero.


Chi fa danza sul ghiaccio lo fa perchè non è bravo abbastanza da fare pattinaggio artistico, chi fa ginnastica ritmica non è in grado di fare ginnastica artistica, chi suona il basso elettrico non è bravo abbastanza da suonare la chitarra e così via.


Non si tratta di abilità diverse ma di persone diversamente abili.


P.S.

Nessun Dorma la cantano meglio i Manowar.


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sabato, 02 febbraio 2008

Stasera ho fatto un funerale vichingo al mio fedele compagno


Gilette Sensor ,


ahimè dichiarato obsoleto dall'industria, l'ho sostituito con un


Wilkinson Quattro;


 mentre osservavo la pira ardente del vecchio Sensor riflettevo che ho saltato a piè pari tutta la fase dei tri-lame; niente Gilette Mach 3 per me.


Questa riflessione mi ha fatto tornare bambino, io ho saltato a piè pari gli anni '70 italiani; quando in prima media sono tornato in Italia, conoscevo già il Pianeta delle Scimmie (pur chiamandolo Il Pianeta delle Api) e Star Trek ma ignoravo completamente


Orzowei


e Kunta Kinte.


Era come se fossi arrivato in un universo parallelo.

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lunedì, 31 dicembre 2007

Mi piacciono i dirigibili, perchè si librano in aria come le navi galleggiano in acqua e come i sottomarini affondano, ma controllati; hanno il principio d'archimede dalla loro, gli aerei no, al massimo hanno il principio del piccione che li sostiene.

Così capita che ritornando a casa io descriva il mio incontro in un bel negozio di ferramenta, uno di quelli antichi con ancora tutte le cassettiere in legno, con un dirigibile argentato, forse il più famoso, quello finito sulla copertina di un album rock; incontro strano perchè al povero dirigibile hanno dipinto delle buffe croci sugli impennaggi.

Capita che il 23 dicembre appaia sotto l'albero un pacco ENORME, quello che tutti i bambini sognano per natale; capita che alla richiesta di indovinarne il contenuto il bambino risponda "un dirigibile" perchè è sicuro che li dentro ci sia qualcos'altro e non voglia rovinare la sorpresa a chi glielo chiede.

Capita che dentro quel pacco ENORME ci sia proprio un dirigibile, proprio quello con le buffe croci sulla coda.

Capita che chi ha comprato un dirigibile argentato di un metro e venti di lunghezza, passi due giorni a scartavetrare le croci buffe per rimpiazzarle con croci uncinate, storicamente corrette ma pur sempre uncinate.

Capita che il dirigibile nella sua livrea originale adesso galleggi magicamente sopra la mia testa grazie all'amico archimede.

Capita che questo sia amore, eh già.


Dirigibile



 Maria Giovanna Elmi - Invincibile Dirigibile

postato da: henrynewbolt alle ore 14:27 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 27 ottobre 2007
Singapore Superdeformed

Prima lo leggi che Singapore è una città di polizia, poi ci arrivi e non ci credi.


Prima lo capisci nei filmati del museo sull'occupazione giapponese, poi lo capisci dalle importazioni di cibo, non dai paesi limitrofi ma dall'Australia.


Singapore è una città giardino ma è paranoica.


Resta la seconda più bella città del mondo.


postato da: henrynewbolt alle ore 20:46 | Permalink | commenti (3)
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domenica, 02 settembre 2007
come avrebbe scritto Thackeray, ma lui avrebbe viaggiato su una piccola nave da crociera, magari dallo stile belle epoque, toccando i porti più caratteristici e pasteggiando a champagne.

Io sono a bordo di una nave rugginosa, che trasporta tubi di ferro rumeni a Dubai, in mano ad un equipaggio filippino, mangio zuppa di gabbiano e patate lesse.

Tuttavia, i porti caratteristici sono gli stessi

Il Bosforo di notte merita la giornata di attesa prima che arrivi il nostro turno di passare, una specie di coda al casello; le navi più piccole, le utilitarie, si sistemano sotto costa, danno fondo all’ancora e spengono i motori, in pratica tirano il freno a mano; quelle più grosse, i TIR, preferiscono andare alla deriva, se calcolano male i tempi di attesa risalgono la corrente e si rimettono a scarrocciare; come se un camion con il motore al minimo si lasciasse andare lungo una leggera discesa, e, arrivando troppo presto al casello, mettesse la retromarcia per riportarsi in cima e iniziare di nuovo a scendere.

Attraversare il Bosforo è come risalire un fiume, che so il Tamigi o la Senna, serpeggianti nella metropoli che ospitano o li ospita, solo che ad Istanbul tutto è gigantesco, i ponti soprattutto. Quello più recente è serio, illuminato solo dalle luci stradali, il più vecchio è iridescente di colori cangianti, per nessuna ragione voglio sperare, così, giusto perché è più bello.

Le rive sono disegnate da luci e suoni, soprattutto suoni, la musica arriva da tutte le parti, a volte più sommessa a volte più irruente, probabilmente dai posti illuminati meglio e dagli innumerevoli vaporetti.

Appunto i vaporetti: il Tamigi e la Senna si risalgono in vaporetto, il Bosforo si percorre a bordo di una nave da 30.000 tonnellate ma i ponti la riducono alle proporzioni di un umile battello turistico.

Il giorno dopo attraverso i Dardanelli, luogo storico ma meno impressionante e anche qui sventolano le bandiere: la Turchia è sicuramente la terra delle bandiere, ogni cocuzzolo, ogni finestra, ogni guscio di noce, mostra orgoglioso la bandiera; la si vede perfino in cielo, una notte a Tuzla ho visto la falce di luna con una stella in mezzo ai corni.

Arriviamo in Egeo e il motore si ferma, non so cosa hanno rotto. Eh sì, a furia di navigare inizio a credere al white man’s burden.

I filippini sinora li avevo visti, come bassa forza, simpatici, collaborativi e sorridenti.

Qui a bordo hanno tutto in mano loro, dal comandante al mozzo.

Il Direttore di Macchina mi ricorda Re Luigi, dal Libro della Giungla disneyano, si tira su la maglia e se l’arrotola sopra la pancia, vorrebbe essere come un vero direttore, just like him, ma sospetto che quando sparisce vada a pulire in giro, per far qualcosa che capisce; la sua frase ricorrente è “no touch”: minchia, hai paura che te la rompa? Eppure peggio di come l’avete ridotta credo sia  impossibile.

Al momento di firmare il comprovante ha tentato di dire che non funzionava nulla, ma, a parte un sensore starato, che ho riportato sulla retta via, ha dovuto chinare la testa e firmare.

Quando sentivo i miei amici chiamare i filippini monkeys, pensavo si trattasse solo di razzismo: invece tocchignano tutto proprio come le scimmie, e, inevitabilmente, scassano tutto.

Il giorno dopo il mio sbarco, il lavoro che ho fatto sarà già a puttane e diranno che ho consegnato un impianto in cui non funzionava nulla, ecco perchè ho il comprovante firmato…

Si diceva del fardello dell’uomo bianco: l’unico a bordo è un rumeno, l’elettricista; di solito l’elettricista a bordo è un cambia-lampadine, specialmente se è dell’est; qui no, qualunque cosa succeda il direttore fa chiamare l’elettrico, credo anche solo per avere la conferma che sta facendo bene.

Comunque, grazie ai filippini mi godo un’oretta di deriva oziosa in mezzo al mare, all’orizzonte vedo stagliarsi il Tai-Mahal che poi si trasforma in una nave da crociera, indi in un traghetto ed infine in una piccola porta container, cosa che in effetti è.

Miracoli e visioni della miopia talpesca, da distante i dettagli spariscono, le forme si confondono e gli oggetti si trasformano, la maggior parte delle volte è fastidiosa, raramente, come questa, è poesia.

L’Egeo più scuro cangia nel Mediterraneo orientale, dell’esatta sfumatura blu Mirror che le piace tanto, purtroppo non posso regalarglielo.

Domenica e lunedì scorrono quasi oziosi: al largo si fa un salto indietro nel tempo, il cellulare non riceve e sei tagliato fuori da tutto e da tutti, pur con reti fantasma che continuano ad apparire e a rasentare il miraggio.

La sera arriviamo finalmente a Port Said, qui il parcheggio è ancora più affollato che davanti al Bosforo, tutti all’ancora senza eccezioni, non sono permessi vagabondaggi.

Ci portano praticamente davanti all’imboccatura del canale, a poco a poco si fanno sotto imbarcazioni prive di luci; la prima ad affiancarsi lo fa quasi titubante ma in un attimo due tizi sono a bordo e iniziano a girare; guardo con aria interrogativa un filippino che si limita a dire “business”. Quando mi giro ce ne saranno già cinque o sei di persone che vagano e che si inerpicano sullo scalandrone, ce n’è pure uno vestito da poliziotto; alcuni gettano le cime e iniziano a tirare a bordo scatoloni, altri provano ad aprire le porte frugando in qualunque mucchietto di oggetti abbandonati sul ponte; l’equipaggio o è impegnato nella manovra oppure se ne frega e a un certo punto arriva in coperta uno dei macchinisti incazzato, visto che gli hanno invaso la sala macchine frugando nelle tasche di tutti; ho tralasciato di dire che mentre si svolge questo arrembaggio la nave sta manovrando per gettare l’ancora e ormeggiare alle boe, con un vecchio rimorchiatore che tenta di spingerla al suo posto e contemporaneamente di non speronare qualche barchino troppo audace.

Gli scatoloni vengono aperti e la merce esposta come al bazar: scarpe, maglie, giacconi, tantissime valige (i marittimi vanno pazzi per le valige), essenze, papiri e rolex originali, a scelta.

Perfino questi pirati hanno presente le gerarchie e mi chiedono se sono il direttore di macchine: no, di dove sei?, italiano, ma sei l’unico a bordo?, sì, aaahhhh sei qui per riparare il motore, sì, ti interessano (mettete uno qualsiasi degli articoli prima elencati)?, no grazie, io ho un (parente a piacimento) in Italia, fa il pizzaiolo?, non ti interessa nulla? No, bismillah, bismillah.

Controllo che la mia cabina sia chiusa con l’oblò ben serrato, salgo fino in plancia e il capitano mi apostrofa, qui non potete stare… ah ciao Andrea non ti avevo riconosciuto, ahahahahahahha, umorismo filippino.

Scendo di nuovo in coperta e mi sistemo a poppa insieme ad uno degli ufficiali che adesso controllano la situazione, è l’unico posto ventilato e non affollato; non funziona più l’aria condizionata e questi qui volevano portarmi nel Golfo Persico...

Ogni tanto si ripete la conversazione di prima: sei il direttore di macchine? no, etc. etc.

Il capitano mi fa chiamare in plancia, dovrebbe arrivare l’agente (inteso come agenzia marittima, quella che espleta tutte le pratiche burocratiche per conto della nave) con il mio permesso di sbarco e fornirmi i dettagli del mio rientro, domani.

Nell’ufficio del comandante c’è il tizio vestito da poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni, mi dai due stecche di sigarette, no solo una, due, solo una...

Quando finalmente esce con una sola stecca chiedo al comandante se è vero il personaggio, la divisa sì, il lavoro no. Ah beh.

Arriva l’agente, ciao (questa l’abbiamo insegnata a tutti), prepara le valige che sbarchi, meraviglia, quei braccini corti degli armatori mi offrono una notte in albergo?

Mi precipito prima che cambino idea.

Le pratiche burocratiche si concretizzano in un tot di stecche di sigarette da consegnare ai vari uffici.

A me chiede se ho del whisky ma non ne ho, meglio sarebbe un problema, hai delle sigarette? Neanche, peccato servivano per la dogana.

Finalmente scendiamo sul barcone che ci porterà a terra, baci e abbracci con l’equipaggio come se ci conoscessimo da una vita, ciao Charlie-Mike salutami il Chief e l’elettrico che non ho fatto a tempo a salutare.

Prima sosta a terra la dogana, mi aprono tutte le valige disinteressati, hai sigarette? No, passa; poi me le controllano ai raggi x, (non me le avete appena aperte?).

Ufficio Immigrazione, faccio un po’ di anticamera poi mi danno il visto, una patacca grossa e appariscente, più di quella turca: ciao, italiano, tutto bene; su una sedia aspetta anche un ragazzone biondo dall’aria americana, ho idea che abbia atteso ancora un po’.

Ci salutiamo con gli agenti e via verso il Cairo, (ormai è mezzanotte), ci vogliono due ore di autostrad (la e mancante non è uno sbaglio); qui in Egitto un retaggio della dominazione britannica è rimasto, hanno la guida a destra ma tengono tutti la sinistra come corsia di marcia ed i sorpassi li fanno a destra; sull’autostrad ci sono tanti chioschi che vendono frutta, tanti monumenti alle glorie dell’esercito e parecchi autogrill; ci fermiamo in uno e mi prendo un caffè alla turca, l’autista mi propone di fare un giro del Cairo domattina alle 7.30, tanto lui deve restare in città per alcuni affari.

Ci penso un po’ su, e poi (che cazzo) decido di sì, se non approfitto delle occasioni, chissà quando ci ripasso con del tempo a disposizione.

Dopo due ore arriviamo alla periferia del Cairo e qui l’autista (non so nemmeno il suo nome) se ne esce con una genialata, domattina fa troppo caldo, c’è troppo traffico e troppo poco tempo, se te la senti il giro lo facciamo adesso, tanto è tutto aperto come di giorno, arrivi in albergo verso le 5 e alle 11 te ne vai in aeroporto.

Accetto, forse un po’ incoscientemente.

Inizia il giro: prima cosa il muro dell’accademia militare, murales sulla storia dell’Egitto e finalmente capisco di quali glorie militari si vantino, 6 ottobre 1973, La Guerra dello Yom Kippur, quello egiziano è l’unico esercito arabo ad aver messo in crisi gli israeliani, e, anche se poi gliele hanno suonate con gli interessi, si susseguono enormi murales con epiche scene di battaglia.

Prendiamo la sopraelevata 6 Ottobre (aridaje) e attraversiamo il Nilo, sul ponte sono ferme una fila di macchine, la gente scende si gode il fresco e chiacchiera.

Ci fermiamo anche noi a guardare i battelli del Nilo, forse quelli del Bosforo sono più belli, questi sanno troppo di Las Vegas.

Riprendiamo il viaggio, ci avviamo su Pyramid Street, strada di locali per bere, ballare e divertirsi, tutte le puttane sono “roman” cioè occidentali.

Alla fine della strada, dietro un palazzo, argentata dalla luna, spunta la Grande Piramide: l’aerea archeologica di notte è chiusa e le piramidi non sono nemmeno illuminate ma ci infiliamo nelle stradine limitrofe e troviamo un posto da cui riesco a vedere Cheope e Chefren, più il cocuzzolo della Sfinge, bagnate dalla luna. Non mi ci metto neanche a descriverle, sono rimasto a bocca aperta.

Ma non c’è tempo da perdere, il tempo stringe, vediamo il palazzo di Faruk, la cittadella del Saladino, alcuni monumenti più recenti.

Alla fine ci dirigiamo al bazar, stretto tra la moschea di Hussein e quella di Hassan, le più vecchie della città, un dedalo di viuzze non più pavimentate. Ci fermiamo a comprare un pensiero d’argento e blu mirror e la palla di neve con gatto egizio all’interno.

Per finire andiamo a prendere un tè da El Fishawi, il caffè più antico del Cairo, decadente nel senso che cade a pezzi, ma meravigliosamente vivo; avrei voluto fumare per prendermi uno di quei narghilè, mi limito invece ad un tè con foglie di menta versato da una teiera di smalto sbeccato.

Il giorno dopo è una lunga odissea attraverso gli Aeroporti del Cairo, da dove l’aereo parte in perfetto orario, e quello di Roma, dove aspettiamo più di un’ora e mezza per un membro dell’equipaggio che deve arrivare da casa, finalmente a mezzanotte arrivo a casa.

Il tragico finale è: che mi sono dimenticato la macchina fotografica a casa.

postato da: henrynewbolt alle ore 20:56 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 20 agosto 2007

Vivono a tutte le latitudini, anche se sembrano prediligere quelle nordiche dove formano comunità grandi fino a tre esemplari; estremamente longevi, vivono anche per più di 60 anni.




Chiunque avesse ulteriori informazioni è pregato di rivolgersi all'associazione www.duckwpreservationfund.org




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Singapore




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Liverpool

postato da: henrynewbolt alle ore 10:55 | Permalink | commenti
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domenica, 10 giugno 2007

istruzioni


L'avessero fatto gli americani avrei pensato fosse li per evitare cause di risarcimento milionarie intentate da grasse culone rimaste incastrate nella tazza per non aver tirato giù l'apposito sedile.


L'hanno fatto i cinesi quindi credo sia dovuto al fatto che per la maggior parte non hanno mai visto altro in vita loro che un buco nel pavimento.


Considerando che l'etichetta in questione ha 15 anni, come la nave su cui l'ho trovata, viene da pensare a quante volte sia stato pulito efficacemente l'oggetto a cui si riferisce.

postato da: henrynewbolt alle ore 11:21 | Permalink | commenti (4)
categoria:navigare necesse est
domenica, 20 maggio 2007

shining


"all work and no play make Henry a dull boy"

postato da: henrynewbolt alle ore 13:51 | Permalink | commenti
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mercoledì, 02 maggio 2007
Cranes in love
postato da: henrynewbolt alle ore 18:24 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 30 marzo 2007

Heaven sent the promised land
Looks alright from where I stand
Cause I'm the man on the outside looking in

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Waiting on the first step
Show where the key is kept
Point me down the right line because it's time

To let me in from the cold
Turn my lead into gold
Cause there's chill wind blowing in my soul
And I think I'm growing old

Flash the readies
Wot's...uh the deal?
Got to make to the next meal
Try to keep up with the turning of the wheel.

Mile after mile
Stone after stone
Turn to speak but you're alone
Million mile from home you're on your own

So let me in from the cold
Turn my lead into gold
Cause there's chill wind blowing in my soul
And I think I'm growing old

Fire bright by candlelight
And her by my side
And if she prefers we will never stir again

Someone said the promised land
And I grabbed it with both hands
Now I'm the man on the inside looking out

DSC00437

Hear me shout "Come on in,
What's the news and where you been?"
Cause there's no wind left in my soul
And I've grown old

(Waters - Gilmour)

postato da: henrynewbolt alle ore 21:39 | Permalink | commenti
categoria:nel senso del maiale