come avrebbe scritto Thackeray, ma lui avrebbe viaggiato su una piccola nave da crociera, magari dallo stile belle epoque, toccando i porti più caratteristici e pasteggiando a champagne.
Io sono a bordo di una nave rugginosa, che trasporta tubi di ferro rumeni a Dubai, in mano ad un equipaggio filippino, mangio zuppa di gabbiano e patate lesse.
Tuttavia, i porti caratteristici sono gli stessi
Il Bosforo di notte merita la giornata di attesa prima che arrivi il nostro turno di passare, una specie di coda al casello; le navi più piccole, le utilitarie, si sistemano sotto costa, danno fondo all’ancora e spengono i motori, in pratica tirano il freno a mano; quelle più grosse, i TIR, preferiscono andare alla deriva, se calcolano male i tempi di attesa risalgono la corrente e si rimettono a scarrocciare; come se un camion con il motore al minimo si lasciasse andare lungo una leggera discesa, e, arrivando troppo presto al casello, mettesse la retromarcia per riportarsi in cima e iniziare di nuovo a scendere.
Attraversare il Bosforo è come risalire un fiume, che so il Tamigi o la Senna, serpeggianti nella metropoli che ospitano o li ospita, solo che ad Istanbul tutto è gigantesco, i ponti soprattutto. Quello più recente è serio, illuminato solo dalle luci stradali, il più vecchio è iridescente di colori cangianti, per nessuna ragione voglio sperare, così, giusto perché è più bello.
Le rive sono disegnate da luci e suoni, soprattutto suoni, la musica arriva da tutte le parti, a volte più sommessa a volte più irruente, probabilmente dai posti illuminati meglio e dagli innumerevoli vaporetti.
Appunto i vaporetti: il Tamigi e la Senna si risalgono in vaporetto, il Bosforo si percorre a bordo di una nave da 30.000 tonnellate ma i ponti la riducono alle proporzioni di un umile battello turistico.
Il giorno dopo attraverso i Dardanelli, luogo storico ma meno impressionante e anche qui sventolano le bandiere: la Turchia è sicuramente la terra delle bandiere, ogni cocuzzolo, ogni finestra, ogni guscio di noce, mostra orgoglioso la bandiera; la si vede perfino in cielo, una notte a Tuzla ho visto la falce di luna con una stella in mezzo ai corni.
Arriviamo in Egeo e il motore si ferma, non so cosa hanno rotto. Eh sì, a furia di navigare inizio a credere al white man’s burden.
I filippini sinora li avevo visti, come bassa forza, simpatici, collaborativi e sorridenti.
Qui a bordo hanno tutto in mano loro, dal comandante al mozzo.
Il Direttore di Macchina mi ricorda Re Luigi, dal Libro della Giungla disneyano, si tira su la maglia e se l’arrotola sopra la pancia, vorrebbe essere come un vero direttore, just like him, ma sospetto che quando sparisce vada a pulire in giro, per far qualcosa che capisce; la sua frase ricorrente è “no touch”: minchia, hai paura che te la rompa? Eppure peggio di come l’avete ridotta credo sia impossibile.
Al momento di firmare il comprovante ha tentato di dire che non funzionava nulla, ma, a parte un sensore starato, che ho riportato sulla retta via, ha dovuto chinare la testa e firmare.
Quando sentivo i miei amici chiamare i filippini monkeys, pensavo si trattasse solo di razzismo: invece tocchignano tutto proprio come le scimmie, e, inevitabilmente, scassano tutto.
Il giorno dopo il mio sbarco, il lavoro che ho fatto sarà già a puttane e diranno che ho consegnato un impianto in cui non funzionava nulla, ecco perchè ho il comprovante firmato…
Si diceva del fardello dell’uomo bianco: l’unico a bordo è un rumeno, l’elettricista; di solito l’elettricista a bordo è un cambia-lampadine, specialmente se è dell’est; qui no, qualunque cosa succeda il direttore fa chiamare l’elettrico, credo anche solo per avere la conferma che sta facendo bene.
Comunque, grazie ai filippini mi godo un’oretta di deriva oziosa in mezzo al mare, all’orizzonte vedo stagliarsi il Tai-Mahal che poi si trasforma in una nave da crociera, indi in un traghetto ed infine in una piccola porta container, cosa che in effetti è.
Miracoli e visioni della miopia talpesca, da distante i dettagli spariscono, le forme si confondono e gli oggetti si trasformano, la maggior parte delle volte è fastidiosa, raramente, come questa, è poesia.
L’Egeo più scuro cangia nel Mediterraneo orientale, dell’esatta sfumatura blu Mirror che le piace tanto, purtroppo non posso regalarglielo.
Domenica e lunedì scorrono quasi oziosi: al largo si fa un salto indietro nel tempo, il cellulare non riceve e sei tagliato fuori da tutto e da tutti, pur con reti fantasma che continuano ad apparire e a rasentare il miraggio.
La sera arriviamo finalmente a Port Said, qui il parcheggio è ancora più affollato che davanti al Bosforo, tutti all’ancora senza eccezioni, non sono permessi vagabondaggi.
Ci portano praticamente davanti all’imboccatura del canale, a poco a poco si fanno sotto imbarcazioni prive di luci; la prima ad affiancarsi lo fa quasi titubante ma in un attimo due tizi sono a bordo e iniziano a girare; guardo con aria interrogativa un filippino che si limita a dire “business”. Quando mi giro ce ne saranno già cinque o sei di persone che vagano e che si inerpicano sullo scalandrone, ce n’è pure uno vestito da poliziotto; alcuni gettano le cime e iniziano a tirare a bordo scatoloni, altri provano ad aprire le porte frugando in qualunque mucchietto di oggetti abbandonati sul ponte; l’equipaggio o è impegnato nella manovra oppure se ne frega e a un certo punto arriva in coperta uno dei macchinisti incazzato, visto che gli hanno invaso la sala macchine frugando nelle tasche di tutti; ho tralasciato di dire che mentre si svolge questo arrembaggio la nave sta manovrando per gettare l’ancora e ormeggiare alle boe, con un vecchio rimorchiatore che tenta di spingerla al suo posto e contemporaneamente di non speronare qualche barchino troppo audace.
Gli scatoloni vengono aperti e la merce esposta come al bazar: scarpe, maglie, giacconi, tantissime valige (i marittimi vanno pazzi per le valige), essenze, papiri e rolex originali, a scelta.
Perfino questi pirati hanno presente le gerarchie e mi chiedono se sono il direttore di macchine: no, di dove sei?, italiano, ma sei l’unico a bordo?, sì, aaahhhh sei qui per riparare il motore, sì, ti interessano (mettete uno qualsiasi degli articoli prima elencati)?, no grazie, io ho un (parente a piacimento) in Italia, fa il pizzaiolo?, non ti interessa nulla? No, bismillah, bismillah.
Controllo che la mia cabina sia chiusa con l’oblò ben serrato, salgo fino in plancia e il capitano mi apostrofa, qui non potete stare… ah ciao Andrea non ti avevo riconosciuto, ahahahahahahha, umorismo filippino.
Scendo di nuovo in coperta e mi sistemo a poppa insieme ad uno degli ufficiali che adesso controllano la situazione, è l’unico posto ventilato e non affollato; non funziona più l’aria condizionata e questi qui volevano portarmi nel Golfo Persico...
Ogni tanto si ripete la conversazione di prima: sei il direttore di macchine? no, etc. etc.
Il capitano mi fa chiamare in plancia, dovrebbe arrivare l’agente (inteso come agenzia marittima, quella che espleta tutte le pratiche burocratiche per conto della nave) con il mio permesso di sbarco e fornirmi i dettagli del mio rientro, domani.
Nell’ufficio del comandante c’è il tizio vestito da poliziotto nell’esercizio delle sue funzioni, mi dai due stecche di sigarette, no solo una, due, solo una...
Quando finalmente esce con una sola stecca chiedo al comandante se è vero il personaggio, la divisa sì, il lavoro no. Ah beh.
Arriva l’agente, ciao (questa l’abbiamo insegnata a tutti), prepara le valige che sbarchi, meraviglia, quei braccini corti degli armatori mi offrono una notte in albergo?
Mi precipito prima che cambino idea.
Le pratiche burocratiche si concretizzano in un tot di stecche di sigarette da consegnare ai vari uffici.
A me chiede se ho del whisky ma non ne ho, meglio sarebbe un problema, hai delle sigarette? Neanche, peccato servivano per la dogana.
Finalmente scendiamo sul barcone che ci porterà a terra, baci e abbracci con l’equipaggio come se ci conoscessimo da una vita, ciao Charlie-Mike salutami il Chief e l’elettrico che non ho fatto a tempo a salutare.
Prima sosta a terra la dogana, mi aprono tutte le valige disinteressati, hai sigarette? No, passa; poi me le controllano ai raggi x, (non me le avete appena aperte?).
Ufficio Immigrazione, faccio un po’ di anticamera poi mi danno il visto, una patacca grossa e appariscente, più di quella turca: ciao, italiano, tutto bene; su una sedia aspetta anche un ragazzone biondo dall’aria americana, ho idea che abbia atteso ancora un po’.
Ci salutiamo con gli agenti e via verso il Cairo, (ormai è mezzanotte), ci vogliono due ore di autostrad (la e mancante non è uno sbaglio); qui in Egitto un retaggio della dominazione britannica è rimasto, hanno la guida a destra ma tengono tutti la sinistra come corsia di marcia ed i sorpassi li fanno a destra; sull’autostrad ci sono tanti chioschi che vendono frutta, tanti monumenti alle glorie dell’esercito e parecchi autogrill; ci fermiamo in uno e mi prendo un caffè alla turca, l’autista mi propone di fare un giro del Cairo domattina alle 7.30, tanto lui deve restare in città per alcuni affari.
Ci penso un po’ su, e poi (che cazzo) decido di sì, se non approfitto delle occasioni, chissà quando ci ripasso con del tempo a disposizione.
Dopo due ore arriviamo alla periferia del Cairo e qui l’autista (non so nemmeno il suo nome) se ne esce con una genialata, domattina fa troppo caldo, c’è troppo traffico e troppo poco tempo, se te la senti il giro lo facciamo adesso, tanto è tutto aperto come di giorno, arrivi in albergo verso le 5 e alle 11 te ne vai in aeroporto.
Accetto, forse un po’ incoscientemente.
Inizia il giro: prima cosa il muro dell’accademia militare, murales sulla storia dell’Egitto e finalmente capisco di quali glorie militari si vantino, 6 ottobre 1973, La Guerra dello Yom Kippur, quello egiziano è l’unico esercito arabo ad aver messo in crisi gli israeliani, e, anche se poi gliele hanno suonate con gli interessi, si susseguono enormi murales con epiche scene di battaglia.
Prendiamo la sopraelevata 6 Ottobre (aridaje) e attraversiamo il Nilo, sul ponte sono ferme una fila di macchine, la gente scende si gode il fresco e chiacchiera.
Ci fermiamo anche noi a guardare i battelli del Nilo, forse quelli del Bosforo sono più belli, questi sanno troppo di Las Vegas.
Riprendiamo il viaggio, ci avviamo su Pyramid Street, strada di locali per bere, ballare e divertirsi, tutte le puttane sono “roman” cioè occidentali.
Alla fine della strada, dietro un palazzo, argentata dalla luna, spunta la Grande Piramide: l’aerea archeologica di notte è chiusa e le piramidi non sono nemmeno illuminate ma ci infiliamo nelle stradine limitrofe e troviamo un posto da cui riesco a vedere Cheope e Chefren, più il cocuzzolo della Sfinge, bagnate dalla luna. Non mi ci metto neanche a descriverle, sono rimasto a bocca aperta.
Ma non c’è tempo da perdere, il tempo stringe, vediamo il palazzo di Faruk, la cittadella del Saladino, alcuni monumenti più recenti.
Alla fine ci dirigiamo al bazar, stretto tra la moschea di Hussein e quella di Hassan, le più vecchie della città, un dedalo di viuzze non più pavimentate. Ci fermiamo a comprare un pensiero d’argento e blu mirror e la palla di neve con gatto egizio all’interno.
Per finire andiamo a prendere un tè da El Fishawi, il caffè più antico del Cairo, decadente nel senso che cade a pezzi, ma meravigliosamente vivo; avrei voluto fumare per prendermi uno di quei narghilè, mi limito invece ad un tè con foglie di menta versato da una teiera di smalto sbeccato.
Il giorno dopo è una lunga odissea attraverso gli Aeroporti del Cairo, da dove l’aereo parte in perfetto orario, e quello di Roma, dove aspettiamo più di un’ora e mezza per un membro dell’equipaggio che deve arrivare da casa, finalmente a mezzanotte arrivo a casa.
Il tragico finale è: che mi sono dimenticato la macchina fotografica a casa.